Picasso Underground

"figures au bord de la mer" Picasso

“figures au bord de la mer”
Picasso

Snervato dall’impossibilità di una connessione a internet, stacco l’inutile chiavetta e mi affido al conforto sonoro – visivo con la coda dell’occhio – del canale 114 del digitale: da uno studio veramente male assortito risponde alle telefonate erotiche Marika Ferrero, giovane pornostar torinese. Morbida e in salute, eppure è proprio questa stessa cedevolezza che ne tradisce la natura di Chernobyl di carne. Musica techno indefinibile, o i peggiori brani pop del mondo, e ogni tanto le magnifiche e ansimanti voci di uomini, perse, come spuntassero dall’oltretomba, che riescono a malapena a dire tre – quattro parole alla volitiva ragazza, prima di essere riassorbiti nel loro vortice: «Mi fai vedere il lato B», «Lo sai che sei belliss…» e via di seguito, mentre lei, la MC dell’onanismo malinconico sul digitale, si staglia fiera sulle vette della solitudine e della fuga del maschio odierno.

Da tempo volevo riportare le impressioni sulla mostra, ormai conclusa, di Picasso a Milano, e il momento è perfetto: erotismo e autoerotismo mi paiono vettori onnipresenti nell’arte di questo artista, del quale è inutile io provi a tracciare i confini (erotismo sconfitto in partenza), o a “dire la mia” (autoerotismo da canale 114). Solo qualche nota, riferita all’esperienza trascorsa.

Innanzitutto una mostra è anche l’andarci: il treno, leggi, guardi e pensi all’infanzia. Dal treno, il paesaggio in rassegna sembra sempre qualcosa che nella realtà non esiste più da tempo. E Milano, tre gradi, interessante, praticamente non la conosco ed è curioso scorgervi durante la permanenza in taxi qualche bar di ascendenza viennese. Me l’aspetto da Trieste, per dire; Milano, nella mia mente, conservava invece un’autonomia stilistica rispetto alla storia passata, un’imposizione pirellonica di se stessa sul tessuto urbano. Ma l’autonomia immaginata dei luoghi pieni di storia dipende forse proprio da questo sovrapporsi di mondi.

La fila per la mostra è un vermone degno di Dune. Visto dall’alto (immaginiamolo), esala le mille sigarette delle persone che lo compongono; la coda scodinzola fino a sfarsi all’entrata, agognata ormai più per il freddo che per afflato conoscitivo. La prima meta è la zozza toilette, per me e la mia compagna. La seconda è il rinnovato abbraccio del tepore. La terza è scrollarsi di dosso il sospetto di un’incredibile fregatura: troppa, troppa gente per poter guardare – siano maledette sempre, a questo proposito, le comitive munite di guida – e soprattutto una prima sala in cui trovi subito il quadro del massacro in Corea, a mò di miele per l’orso turistico, e per il resto non esibisce che alcune foto dell’iter compositivo di “Guernica”.

Ma sala dopo sala la paura d’essere a uno spot acchiappamosche scompare. Questa è davvero un’antologica di Picasso, la mappa umorale dei vari “periodi” è da lambire come una schiena ora innervata, ora distesa. Impossibile resta però il poter guardare. Le mostre come queste si basano sulla rapina visiva, un gioco complesso fatto di furbizia, tempi giusti e momenti di titanismo in cui la postura si fa guascona, coercitiva e comunica qualcosa come: «Sì, sto davanti al quadro. Quindi?!» . Adattarsi a un certo sincronismo con le comitive è un esercizio da Jeux sans frontières, e lì per lì sembra quasi divertente. Ma solo lì per lì. La fortuna è che alcuni quadri, più celebri che interessanti, si annettono l’orda per un po’, e c’è spazio per la visione di operine fantastiche, come una piccola marina con donne svolazzanti fra scogli e sabbia, da condividere con paciosi signori spettinati e giovani ragazze vestite da zingare intellettuali.

Rispetto ad altre volte, ma lo dico nei limiti di un’altezza certificata fin dall’inizio, non rimango abbacinato dalle opere. È in gioco una tensione più cerebrale ed enigmistica, per la quale l’importanza del nome “Picasso” si volge all’immagine di chi abbia sparso infiniti semi nel mondo, e non alla bellezza intrinseca dei quadri; un po’ come (non economicamente!) fu per i Velvet Underground, che secondo l’aneddotica con la loro Banana non vendettero un disco, però causarono la nascita di migliaia di gruppi. Vedo un quadretto che raffigura un vaso: Morandi ne ha dipinti di più belli, ma questo che ho davanti sembra esserne la condizione di possibilità. E così via, per quasi chiunque si sia parcheggiato nei pressi dell’arte dal Novecento in su.

locandina picasso a milano

locandina picasso a milano

D’altra parte il trucco di Picasso è questo: vedi l’immagine e pensi, soprattutto se sei un disegnatore amatoriale (eccomi qua), che non ci sia niente d’incredibile. L’accessibilità come inganno. «Sì, tutto chiaro, ha messo qui un celeste, poi un rosa carne, per forza!, ci sta bene col celeste». Non viene in mente, grazie alla naturalezza dell’opera in visione, che quei colori lì, o quelle linee là, prima non c’erano, e che oltre questo intellegibile si nasconde la blasfemia, tutta erotica, di porsi a creatore: la naturalezza c’è, ma va presa alla lettera. È la proposta di un’altra natura, resa certa quanto quella in cui si vive, eppure così distante, e proprio per questo, inaccessibile. Ecco che torna l’autoerotismo: Picasso mostra il suo personale gioco di bambino di fronte al proprio Creato. La frizione fra accesso e impossibilità d’accesso, la semplicità e la sintesi del complesso, l’erotismo e l’autoerotismo, e tutte queste polarità insieme contrapposte alla fascinazione paradossalmente più cerebrale che sensoriale nonostante l’eros (perché raggiunto veramente solo dal pittore stesso nella trincea del MondoPicasso, e perciò negato al mondo-mondo) compongono per me un segreto del gigantesco, virile business dell’artista. Una serie di contenuti che si potrebbe condensare in: il Moderno. Da questo punto di vista, al suo confronto la Coca-Cola ha compiuto scelte di marketing localistiche.

Poi, mentre l’alienazione provocata da questi pensieri rende lo sguardo più vulnerabile e ricettivo, ecco che finalmente, quando non te l’aspetti, ti trovi davanti al quadro per cui sei andato alla mostra, anche se non lo sapevi: “Figures au bord de la mer”, con una matrice, penso, surrealista (anche se ho la personale sensazione che Picasso ne sia stato attraversato non più che stilisticamente), grande nel formato e maestoso nella quiete apparente che genera, certamente molto conosciuto; io non l’avevo ancora visto dal vero. Il definito delle linee e l’indefinito dell’atmosfera si compenetrano; i colori accostati sembrano nati così, tutti nello stesso momento, secondo necessità, e come fossero una condensazione di cipria e sabbia. Lunare, nonostante l’occasione di un meriggio marino. La sala dei blu e dei rosa era magnifica, ad esempio con la  “Celestine”, e molte altre opere famose o meno si sono depositate nella memoria a medio termine; ma la connessione fra sguardo e quadro è avvenuta con queste figure che amoreggiano sulla spiaggia, indipendenti da tutti e tutto, tanto distratte da lasciar sbirciare il gioco di Picasso con se stesso.

Qualche tempo fa, facendo ordine nella biblioteca dei nonni paterni, ho ritrovato vari numeri di una fantastica rivista, “L’illustrazione italiana”. Era dei primi anni ’80, quindi gran parte dell’interesse che mi desta sta nelle pubblicità del periodo, che intervallano ritmicamente foto e articoli. Quella dell’acqua Perrier (che con Fantozzi diventò la mitica Bertier) ha come slogan “Picasseau”. Una strizzata d’occhio che scaturisce da uno sguardo di superiorità: maledetti francesi, è quel che mi viene da dire innanzitutto. In seconda battuta, in appoggio a una capacità d’associazione davvero elementare, adesso che scrivendone ho rivissuto le impressioni sul piccolo viaggio, sulle opere, e soprattutto su quella che mi ha aperto anche alle altre, so d’aver dato una sorsatina a un po’ di questa acqua. Svaporerà, ma ne trattengo in bocca il carattere, per adesso, un carattere tutto moderno; e dalla post-azione in cui ci troviamo (sennò sembra che i giochi di parole sian solo d’oltralpe), ha un retrogusto che fa venire voglia di togliere il “post” e intraprendere un’azione, una qualsiasi, per modellare mondi.

Disegnatori, armatevi!

© LuPo

ENGLISH:

Unnerved by the inability to have a connection to the internet, ex-the pointless key and I rely on sound comfort – vision with one eye – the channel 114 of the digital tv: from a really mismatched study Marika Ferrero, young Turin pornstar, answers phone sex calls. Soft and healthy, yet it is this same gentleness that betrays the nature of Chernobyl meat. Techno music indefinable, or worst pop songs in the world, and every so often the beautiful and breathless voices of men, lost, as sprouted from the grave, who can barely say 3:00 to 4:00 the words willful girl, before being reabsorbed into their vortex, “let me see the B-side,” “you know you’re beaut…” and so on, while she, the MC on digital onanism melancholy, stands proud on the peaks of solitude and escape the male today.

For a long time I wanted to bring back impressions of the show, now closed, of Picasso in Milan, and the timing is perfect: eroticism and masturbation seem to me carriers ubiquitous in the art of this artist, which is useless I try to draw the boundaries (eroticism defeated at the start), or to “speak my mind” (masturbation from channel 114). Only a few notes, referring to the experience passed.

First, an exhibition is also the journey: the train, read, watch and think childhood. The train, the landscape seems to show something that in reality there is no more. And Milan, three degrees, interesting, almost do not know and it is curious glimpsed while in taxi few bars of Viennese ancestry. I aspected it from Trieste, say, Milan, in my mind, kept instead stylistic autonomy with respect to the past history, taxation “pirellonic” itself on the urban fabric (Pirelli). But the autonomy of imagined places full of history is perhaps precisely this overlapping worlds.

The queue for the show is a big worm worthy of Dune. Seen from above (imagine it), exhales thousand cigarettes of the people who make up the tail wags disintegrated up to the entrance, now the most coveted in the cold for inspiration knowledge. The first goal is the filthy toilet, for me and my partner. The second is a renewed embrace of warmth. The third is to shake off the suspicion of an incredible rip-off: too much, too many people to look at – are cursed forever, in this regard, the groups provided with guide – and especially the first room where you find just the picture of the massacre in Korea, as a kind of honey to the bear tourism, and for the rest that does not exhibit some photos of the process of composition of “Guernica”.

Room after room the fear of being in a commercial flytrap disappears. This is really a retrospective of Picasso, the humoral map of the various “periods” is like a lap back now innervated, now lying. Is impossible, however, being able to watch. The exhibitions such as these are based on visual robbery, a complex made up of cunning, timing and moments of titanic where the posture you Gascon, coercive and should say something like: “Yes, I’m in front of the picture. So! ». Adapting to a certain synchronism with the groups is an exercise Jeux sans frontières, and there and then it seems almost funny. But just then and there. Luck is that some of the paintings, the most famous that interesting, you attach the horde for a while ‘, and there is room for watching operas fantastic, like a small marina with women flying between rocks and sand, to share with paciosi disheveled gentlemen and young girls dressed as Gypsy intellectuals.

Than other times, but I say within the limits of height certified from the beginning, I stay blinded by works. At stake is a voltage more cerebral and puzzles, for which the importance of the name “Picasso” turns the image of those who have shed countless seeds in the world, and not to the intrinsic beauty of the paintings, a bit ‘like (not economically !) was for the Velvet Underground, which according to the anecdotal with their Banana did not sell a record, however, caused the birth of thousands of groups. I see a picture that depicts a vase: Morandi has painted the most beautiful, but this in front of me seems to be the condition of possibility. And so on, for almost anyone who has parked near the art from the twentieth century and up.

On the other hand this is the trick of Picasso: see the picture and think, especially if you are an amateur artist (here I am), that there is nothing incredible. Accessibility as deception. “Yes, all clear, here has a blue, then a flesh pink, of course!, He’s good with the heavenly.” Does not occur, thanks to the work in natural vision, that those colors there, or those lines there, were not there before, and that beyond this lies the intelligible blasphemy, all erotic to stand in creator: the natural there, but to be taken literally. This is the proposal of a different nature, made certain the one in which you live, and yet so far, and for this reason, inaccessible. Here again autoeroticism: Picasso shows his personal game for children in front of their creation. The friction between access and non-availability, simplicity and synthesis of complex, eroticism and eroticism, and all these together opposite polarity to the fascination paradoxically cerebral sensory spite of eros (because really only achieved by the painter in the same trench MondoPicasso, and therefore denied the world-world) for me to make a secret of the giant, manly business of the artist. A series of content that could condense in: the Modern. From this point of view, its comparison to the Coca-Cola has made marketing decisions localistic.

Then, as the alienation caused by these thoughts makes it look more vulnerable and receptive, then finally, when you do not expect, you are in front of the panel for which you went to the show, even if you did not know: “Figures au bord de la mer “, with an array, I think, surrealist (though I have a personal feeling that Picasso it was through no more than stylistically), large in size and majestic in the apparent calm that generates, certainly well known, I do not l ‘I had not seen in real life. The defined lines and the indefinite penetrate the atmosphere, the colors appear side by side so born, all at the same time, as needed, and as if they were a condensation of powder and sand. Moon, despite the opportunity for a midday sea. The hall of blue and pink was magnificent, for example with the “Celestine” and many other famous works whether or not you have stored in the memory medium term, but the connection between vision and framework took place with these figures that flirt on the beach , independent of everyone and everything, so careless as to leave the game of peek Picasso himself.

Some time ago, by order of his paternal grandparents in the library, I found several issues of a great magazine, “The illustration Italian”. It was the early 80s, so most of the interest that wakes me is the advertising of the period, that alternate rhythmically photos and articles. That Perrier water (which became the legendary Fantozzi with Bertier) has as its slogan “Picasseau.” A wink that comes from a look of superiority cursed French, is what I would say first of all. Secondly, in support of a very basic ability Association, writing about it now that I relived the impressions on the small journey on the works, and upon what opened me to the other, I know that he had given a sorsatina a little ‘this water. Svaporerà, but I hold in the mouth font, for now, a character all modern, and post-action in which we find ourselves (otherwise it seems that puns sian just north of the Alps), has an aftertaste that makes you want to remove the “post” and take action, any, to model worlds.

Designers, arm!

© LuPo

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