Dell’arte contemporanea e dei suoi deliri

Cos’è l’arte contemporanea? 
Cosa serve per fare i soldi con l’arte contemporanea? 
Cosa vende? 
Chi è l’artista contemporaneo?

Ultimamente ho letto un libro molto interessante sull’argomento: “Lo squalo da 12 milioni di dollari” di Donald Thompson.
Un libro che traccia un profilo abbastanza completo (ed al contempo inquietante) di come funzioni l’arte contemporanea, e di come si organizzi tutto il mondo che le ruota attorno: artisti, mecenati, collezionisti, investitori, galleristi, case d’aste.
Donald Thompson è professore alla Schulich School of Business, ed ha redatto questo libro frequentando il mondo dell’arte contemporanea, facendo interviste, visitando mostre, partecipando come osservatore ad aste.
Il titolo del libro prende spunto da un’opera di Damien Hirst: “The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living” (L’impossibilità fisica della morte nella mente di un vivo) del 1991, che in effetti è la tassidermia di uno squalo tigre sotto formaldeide inserita in una teca di acciaio, vetro e silicone.
“The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living”Damien Hirst    
E da qui si apre il dibattito.

Cos’è arte? Cosa si intende per arte concettuale, e cos’è lecito, visto che l’arte CONCETTUALE è di fatto la messa in arte di un concetto? Posso sostituire lo squalo di cui sopra se si deteriora? 
Se in vendita è il concetto, e non l’opera in se, allora è lecito tutto. Potrebbe anche essere che l’artista, in un prossimo futuro, venda direttamente l’idea, il concetto, senza porlo in materia.
Ma se io compro un Van Gogh, non è che se si deteriora posso farlo riverniciare o sostituire, allora perchè l’arte contemporanea può? Oltretutto costando 10 volte tanto…
Ha senso vendere come arte un giacchetto di pelle buttato in un angolo di una galleria d’arte?
E’ arte un cumulo di 300 kg di lequirizie ancora incartate che il pubblico può prendere, scartare e mangiare?

“Ballon Flower (blue)” – Jeff Koons
In realtà qui il problema, più che l’artista in se, è generato da chi è BRAND e genra Brand.
Saatchi, Gagosian, sono collezionisti e gallerie che più che collezionisti e gallerie sono un po’ come la Coca Cola. Quello su cui poggiano la mano diventa Brand a sua volta. Come si trattasse di compartecipate…
Quindi se Saatchi commissiona uno squalo da 4 metri in una vasca a Hirst (non ancora strafamoso nè Brandizzato) e dice che è l’ARTE, da quel momento Hirst DIVENTA automaticamente BRAND, e qualsiasi cosa faccia allora è pagabile a peso d’oro.

L’importante, nell’arte contemporanea, è il Brand che sei.
Se si pensa a gente come Hirst o Koons (ma Warhol prima di loro), sono artisti che raramente mettono mano alla materia, non scolpiscono, difficilmente disegnano o dipingono. Hanno stuoli di collaboratori, pittori, scultori, tecnici, imbalsamatori che fanno il lavoro al posto loro. Se dipingono (ad esempio Warhol) si fanno proiettare le foto su tela, ripassano col lapis e colorano con le tinte all’interno dei contorni…
“Quell’idea strana che ti prende mentre stai facendo altro” – Pitt Rotelli
Oppre producono arte in serie, come litografie, foto, serigrafie… è arte?
Ha senso pagare anche 12 milioni di dollari per uno squalo che è già stato replicato e rivenduto?
Paghereste 10 milioni di dollari un Caravaggio che è stato replicato industrialmente?

Chiaramente la questione è controversa.
Viene voglia di fotografare un animaletto di gomma con una costruzione del figlio in testa e rivenderla come arte.
O no?


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4 thoughts on “Dell’arte contemporanea e dei suoi deliri

  1. Sono d'accordo con te, si pone un grosso vantaggio però da tutto questo. L'artista, oggi ricco, perché nomi con Hirst o Koons sono conosciuti da molti, equivalenti del simbolo $$$, ma anche tra gli italiani non scherzano, vedi Tirelli. Questo fa si che l'artista non venda il concetto, per ovvie questioni economiche. Dev'essere lui il firmatario dell'opera, sia pure costruita da lui mettendoci solo la firma. RaffPro

  2. Certo, ma devi dire che così si snatura un po' il concetto stesso di artista. Una volta essere artista voleva dire essere un artigiano dell'arte, dalla concezione, allo sviluppo per finire con la realizzazione.E' anche vero che nelle botteghe degli artisti "tradizionali" si avevano ragazzi appunto "a bottega" che facevano il grosso del lavoro.

  3. Infatti da quando il prodotto "artigiano" è diventato un prodotto industriale (da "Fontana" di Duchamp) non c'è più l'artista inteso come artigiano d'eccellenza, ma l'artista in quanto autodefinitosi tale. Il mercato, le gallerie e purtroppo la critica, vanno dietro a quello che risulta l'investimento più proficuo, non possono permettersi di proclamare Artista qualcuno che renda i soldi a chi compra le opere, che spieghi come mai lui guadagna milioni di Dollari (DOLLARI) l'anno, ma solo chi gli dà più fiducia come investimento. In compenso trovano un certo compiacimento nel velarlo; le caramelle che il pubblico può mangiare sono un simbolo di questo e il gallerista ci mette un cordone intorno, in modo che nessuno le mangi, resti solo il concetto.

  4. fra l'altro le caramelle di cui sopra, di cui non ricordo l'autore, addirittura in una mostra furono replicate. Nel senso che "l'originale" era in una galleria, e la copia in un'altra… Con questa cosa mi sa che hanno chiuso il cerchio dell'impossibile reso reale.

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